L’ Asilo

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Nel silenzioso corridoio il sordo suono delle unghie spezzate dai denti, accompagnavano il tempo in quell’appartamento anni ’60. Anna continuava a sgranocchiarsi le unghie fissando quel telefono grigio, con la scritta Sip, appoggiata allo stipite della sua camera. I lunghi capelli neri corvino, accuratamente pettinati, sfumavano sulle spalle e ogni tanto, con il dito di una mano, li arricciava.

In quegli occhi scuri, i suoi vent’anni sembravano un’eternità, talmente erano profondi mentre fissava quel telefono. Aveva appena terminato la scuola magistrale, e partecipato a diversi concorsi per diventare maestra. Apparteneva a quella fortunata fetta di adolescenti che sanno già cosa vogliono fare da grandi, e quel pomeriggio, il telefono poteva realizzare il suo sogno.  Tra sé e sé continuava a ripetersi che quella telefonata forse non sarebbe mai arrivata, la rabbia e la frustrazione si accompagnavano nella sua mente con l’immagine di suo padre che la voleva cameriera nel ristorante di famiglia.

Quella telefonata, finalmente, arrivò.

Novembre è un mese terribile in pianura padana, le macchine sono zuppe, tanta è la nebbia. Ad Anna le si inumidivano persino le lunghe ciglia, mentre percorreva la strada verso l’asilo. Da più di trent’anni percorreva quella strada, tutte le mattine, da settembre a luglio, ma alla nebbia, non si era mai abituata. Ricordava spesso quando l aveva vista per la prima volta, pochi mesi dopo che le era stato assegnato il ruolo di maestra in quel paese del nord. Si era spaventata al punto da chiedere a Rocco, il marito, se l avesse potuta accompagnare in macchina, una vecchia Renault 4 color panna. Rocco era il suo grande amore, e per lei, lui, aveva lasciato il suo lavoro e il suo paese sul mare, ed era salito, su, al nord. Decisero di sposarsi quell’estate, prima di trasferirsi. Qualche anno dopo, ebbero una figlia, Margherita. Il loro pareva un amore giovanile fatto di vibrazioni acerbe, fruscii appena percepiti e leggere chiacchierate in veranda, sotto l’occhio vigile dei genitori. Ma quando potevano guardarsi, da soli, non c’era orizzonte in fondo ai loro occhi, e il loro amore non aveva un confine, oltre quei corpi. Non fu un colpo di fulmine, al contrario, lei presa dai suoi sogni e dai suoi studi, proprio non ne voleva sapere di quel ragazzo così maturo. La spaventava, e lo evitava ogni qualvolta lo incrociava alle feste di paese o sull’autobus, anche perché lui non perdeva occasione per farsi avanti con modi apparentemente burberi, ma che dissimulavano complessa sensibilità. Accadde che una sera, incontrandosi accidentalmente ad una sagra, Rocco, trovandosela davanti, non seppe trattenere le lacrime. Era un emozione così vulcanica che eruttò un pianto d’amore così vero, che si ficcò in Anna a tal punto da farla commuovere. Fu così che iniziò la loro storia, con un abbraccio, mentre entrambi piangevano, di gioia.

Come tutte le mattine, dopo aver fatto colazione insieme a lui, Anna partì per andare all’asilo, non era una mattina come le altre, era in programma una castagnata, e Anna doveva preparare la mensa. Le piccole tavole della sala mensa erano addobbate con i disegni dei bambini, tutti raffiguranti l’autunno. Enormi foglie color nocciola, schizzi di tempera gialla e beige su grandi fogli bianchi erano pronti per accogliere i genitori. Anna mordicchiandosi le unghie osservava, appoggiata allo stipite della porta, se tutto era in ordine e se i disegni erano stati posizionati per bene. Di tanto in tanto con un dito si arricciava i lunghi capelli, tinti di nero corvino. Tra sé e sé pensava che forse si poteva fare ancora qualcosa per rendere quella sala più calda ed accogliente, e sorrideva, perché ripensava a Rocco, che di pazienza ne aveva davvero tanta, per aver sopportato quella sua pignoleria per più di trent’anni.

Squillò il telefono, e lei, che era a pochi metri, decise di rispondere.

I bambini, giunti in sala mensa, non avevano mai visto la maestra Anna piangere. Il rimmel lungo le guance della maestra doveva sembrar loro un inconcepibile e triste scivolo nero.

Quel cuore che per più di trent’anni batteva insieme al suo, si era fermato.

Il viso di Rocco, ormai pallido, appariva sereno, la cicatrice a forma di Z sullo zigomo era meno spigolosa del solito, e i capelli cenerini posavano sulla fronte ordinati e profumati. Era ancora un uomo bellissimo. Anna non parlava, dal divano di tessuto arancione, osservava i medici e gli infermieri della croce rossa mentre rimuovevano il corpo dell’uomo della sua vita, qualche fievole, composto, trattenuto singhiozzo accompagnava il calpestio dei dottori e i pianti angosciati dei vicini. Come un tuono di quotidianità il trillo di un cellulare riempì la casa. Anna si ricordò di averlo dimenticato in bagno, prima di andare all’asilo. Si alzò, e scansando due strane borse della spesa ancora chiuse, si spostò in bagno.

Lesse un messaggio: “sono uscito a fare spesa, per quando torni ti preparo una sorpresa. Ci vediamo a casa. Rocco”.

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La Villa

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La villa sulla collina era stata ritinteggiata di un pallido giallo ocra, ed era tutto pronto, per quella sera. La luce del tramonto, per chi di nascosto la spiava da valle, rendeva il suo pallore più vivo, e si rifletteva sulle lussuose auto che sostavano davanti al suo ingresso, e le faceva brillare, come le carriere e le vite dei loro proprietari. Ce n’erano una decina, quella sera. Era un fatto alquanto strano, da anni i vecchi proprietari se n erano andati per sempre mano nella mano, senza tornarvi più, e solo gli attempati figli, con le loro famiglie, la frequentavano, qualche settimana all’anno, per lo più in primavera. Quel caldo e giallo tramonto autunnale nascondeva qualcosa. Era una rimpatriata, di quelle che si fanno quando ci si ritrova, magari su facebook, con i vecchi compagni delle medie. Nei loro sorrisi, il ricordo dei vecchi tempi iniziò a presentare il conto salato della malinconia.
Margherita era giunta in ritardo, quella sera, nella sua Porsche nera, dopo una fredda giornata in tribunale. Non doveva essere stato semplice difendere un assassino, ma questo era ciò che aveva scelto di fare. Forse facendo i tornanti che portavano alla villa pensò a come quella strada tortuosa somigliasse alle rughe che segnavano gli occhi dei parenti della vittima, stretti su una panca, ad ascoltare che ancora una volta, la giustizia aveva fatto il possibile, fallendo. Nonostante le sue emozioni fossero riposte, come lingotti d’oro, nel caveau della sua ragione, il ricordo delle mattine trascorse ad ascoltare tormentoni sugli scalini della scuola media, arrossendo al passaggio dei maschietti, le creò un apparente disagio, e scelse di uscire, quasi per respirare un sano, cinico, realismo.
Appoggiata al parapetto giallo, iniziò senza motivo a grattare con le unghie le fughe cementizie fra un mattone e l’altro, quasi come volesse concentrarsi su qualcosa di innocuo, che sollecitasse una strana curiosità e la distogliesse da quei ricordi adolescenziali.
Più tentava di non pensarci, più i ricordi solidificavano in lei una terribile ansia e una profonda angoscia, e presto si trovò nel bel mezzo di un attacco di panico. Il cigolio della porta sul terrazzo anticipò di poco un legnoso profumo da uomo, il panico si ritirò, forse disturbato, e il suo sguardo cadde sui lucidi mocassini neri di Mattia.
Nonostante i mocassini, Mattia era un uomo da un look casual, i capelli con un filo di gel, poco curato nei dettagli, e di poche parole. Si accese una sigaretta, senza dire niente. Fissando la vallata e le viti dalle larghe foglie verdi, aspirava attimi d’imbarazzo. Non aveva mai smesso di amarla. Lui non sentiva le bollicine di malinconia che salivano nei bicchieri di tutti gli altri. Con un accogliente sguardo, sempre senza dire niente, fissò per qualche secondo le labbra secche di Margherita. Il brulicare del suo stomaco era l unico suono fra i due.
– Hai fame? – chiese lei
– Non molta – rispose.
– Stai male? – chiese lui.
– No, sono solo stanca, è stata una giornata difficile –
– Difendi ancora gli assassini? –
– perché? hai intenzione di uccidere qualcuno?-
Sorrisero. In un attimo al brulicare dello stomaco di lui, si aggiunsero le risa di lei, e negli occhi di entrambi, il passato, non era passato.
Decisero di restare sul terrazzo, finché il sole non sarebbe tramontato, spiluccando taralli e bevendo vino.
Sicuramente entrambi, quella sera, si chiesero come sarebbe potuto essere, se vent’anni prima, non si fossero salutati, ognuno rapito dal proprio treno. Forse lei non sarebbe finita a difendere assassini, e lui a scrivere di lei nelle sue canzoni. Forse lei non avrebbe mai avuto attacchi di panico, forse lui avrebbe avuto uno stomaco meno rumoroso. Forse. Forse nella vita, ci sono persone che restano, e non se ne vanno mai, qualsiasi treno tu possa prendere.

Cambiamento

Di grigio fumo le ombre in te di compagnia usavano,

E negli inconsapevoli giorni vivevi come scelta di esse

Che i colori ferenti della vita temevi

Che il dolor tuo non fosse certo.

Aria settembrina

che il ciel mutò

in una primavera di colori

che di quel dolor si beffó.

Il Sogno

Stanotte ho fatto un sogno. Lo ricordo sfuocato come quando si osserva attraverso un vetro bagnato. Parlava del mio tempo, del mio passato. Stamattina al risveglio, dopo averlo ripercorso mentalmente per fissarlo nella mia memoria, mi sono fatto una domanda, molto banale, credo sia una domanda che tutti si pongono, un leitmotiv di moltissime persone. La risposta però non è così semplice.

Mi sono chiesto: se potessi tornare indietro nel tempo, dove ti fermeresti e cosa cambieresti di ciò che hai fatto? Non ho ancora trovato una risposta. Da un lato ciò che è stato è ciò che mi ha reso quel che sono, e tutto sommato, non mi butto via per come sono. Certo, potrei essere un uomo migliore, ma anche peggiore. Mi accetto. D’altro canto, però, ci sono tante cose che non farei, che farei diversamente e che mi sarebbe piaciuto fare, e non ho fatto.

E allora? Che si fa? Beh, ci provo, in diretta, mentre scrivo, senza averci pensato e lasciando fluire ciò che arriva. Vediamo come va..

Beh, intanto tornerei all’ adolescenza immediatamente. Quella sensazione in cui tutto si può e tutto è possibile, quelle mille strade davanti a te, tutte pronte ad essere intraprese, e la potenza di poter scegliere ciò che si vuole, beh, quella sensazione, è di una vitalità anche fisica che vorrei tanto rivivere. E se tornassi, diciamo, ai miei 16 anni, cosa farei come prima cosa? Come prima cosa salterei in un campo di calcio a giocare con i miei amici, che ne so, anche una partita importante, quelle di cui parli tutta la settimana con i tuoi compagni, e la tensione mista alla carica agonistica è una droga pazzesca. Poi, dopo la partita, andrei dalla mia prima ragazza a fare l amore. Ci si sentiva grandi, potenti, e maturi. Eravamo solo due ragazzini, ma la magia stava proprio in tutta quella roba lì!

Il problema, che poi è emerso nel sogno, è che ho la sensazione di essermi addormentato intorno ai 20 anni ed essermi risvegliato oggi. È come se tutto ciò che è stato dai 22/23 anni in poi fosse una notte in cui si dorme profondamente e ci si sveglia al mattino senza essersene resi conto. Non so se sono stato chiaro.

Credo che dai 22 anni in poi cambierei molte cose, di me. Scelte, quasi tutte scelte. Sono le scelte che indirizzano presente e futuro, sono le scelte a dire chi saremo e chi siamo, sono le scelte che poi concepiscono rimpianti e rimorsi. Allora, senza andare troppo in là, ecco cosa cambierei. Non farei più scelte di pancia. Le scelte di pancia sono quelle strade che inizi a percorrere senza pensare a dove ti stanno portando, non ti accorgi nemmeno se sono asfaltate o infangate, piene di buche e ghiaia che ti rallentano e ti fanno male. Le strade di pancia sono le strade che tu devi asfaltare, che tu devi raddrizzare, tu devi scavare le gallerie attraverso le montagne, disegnare le salite e le discese, insomma, sono una fatica terribile, e se poi, davvero, non ti portano dove volevi, se alla fine, non c è gloria né amore, allora, che si fa? Si ricomincia, si ricomincia sempre.

Connessioni e Caducità

Fra i miei innumerevoli “problemi”, qualcuno mi pesa di più, altri, meno. Facciamo una veloce top five dei quelli che pesano…

Al quinto posto troviamo la misantropia. Dell uomo, delle persone, generalmente e a primo acchito, mi fido poco.

Al quarto posto senza dubbio l ossessione per la puntualità e il disagio nell essere in ritardo. Dovrei sicuramente accettare che nella vita non si può essere sempre puntuali.

Sull ultimo gradino del podio troviamo l insonnia della domenica. Io, la domenica sera non ho mai sonno. Stasera ho persino smontato due telefoni, così, per provare a fare il tecnico.

Secondo posto, attenzione, essere fin troppo onesto e trasparente, se mi stai sul cazzo lo leggi a caratteri cubitali su ogni mia pupilla.

Regina indiscussa del regno è la sensibilità. Non mi dilungo su questa rottura di palle. Perché, ve lo assicuro, è una rottura di palle. È come avere un occhio a cui nulla sfugge, un tallone d Achille su ogni cellula, una continua impossibilità all indifferenza. Quando soffri di questo problema, ci sono due tipi di persone con cui ti relazioni. Quelli che la comprendono, la rispettano, la esaltano e ti vogliono bene per questo. Quelli che non la capiscono, e ti fanno sentire pesante, debole, e potrebbero addirittura approfittarne.

Ma veniamo al titolo di questo post e troviamo il nesso con questo mio elenco stile menu Trattoria dell Oste. Lo psicanalista Yalom mette in relazione ciò che chiama Connessioni, con il nostro destino caduco, la fine della nostra vita, corpo, mente e consapevolezza. Lo fa asserendo che solo nella profonda esperienza di connessioni con altri esseri umani, noi possiamo tollerare e trovare senso alla fine di tutto. Io non so, caro lettore, se tu abbia mai sperimentato davvero la connessione, e cioè sentirsi profondamente e intimamente legati da un qualcosa che altro non sono che comuni parte dell essenza. Io non lo avevo mai sperimentato, e spesso mi svegliavo, presto, all alba, soffocato dall angoscia di morte. Da qualche mese non mi capita più, e la morte non mi angoscia più. A questo cambiamento mi sono risposto che la paura della morte sta nelle parti di noi a cui non diamo vita, a quelle parti che crediamo inutili , o peggio, disattese. Quando una connessione te le ripropone nella loro autenticità ecco che la vita è più forte delle paure. Connettere la mia sensibilità mi regala vita. Oggi non ho più paura della morte, ho molta più paura di non poter sperimentare queste connessioni illimitatamente finché la morte non arrivi a dar loro il significato di una vita vissuta e amata. Ma devo dire una cosa. Io sono fortunato ad aver avuto l occasione di sperimentare la connessione, ho 40anni, e mai mi era successo. Dunque, la ritengo rara, e nella vita, quante volte può succedere? Quante connessioni si possono vivere? Per questo, mi commuovo, quando la vivo.

Ogni Insight è un’ Alba

Avere un insight è sempre una nuova alba, perché ci permette di rinascere come un nuovo giorno, e da quell alba, ripartire con nuove consapevolezze. Figuriamoci avere un insight all alba, mentre tutti dormono, quando il sole ancora non si è preparato il caffè, e il cane ancora non ha pisciato. Stamattina, alle 5.30, ho avuto un importante insight, su aspetti profondi di me stesso, elementi del mio Io che voglio e devo assolutamente far evolvere per poter godere di più della mia vita e delle persone che vi accedono. Passerò questa domenica assonnato e con gli occhi gonfi, ma ne sarà valsa la pena, ovviamente. Nelle nostre vite, tutti portiamo gli effetti visibili e invisibili del nostro passato, sembra banale, ma non è per nulla banale evolvere e sganciare quei “barattoli” che teniamo attaccati al culo del nostro passato. Culo, schiena, in inglese si dice Back, che significa anche tornare, tornare indietro, passato. Amo l inglese perché spesso in un unico termine ci sono più significati e pure metaforici in sé. In questa nuova alba ho visto alcuni miei barattoli attaccati al mio culo, e posso iniziare a liberarmene.

BUONGIORNO!

Nulla di interessante

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Oggi non ho nulla di interessante da scrivere, dire, raccontare. Sono molto stanco stasera, sono stati giorni molto impegnativi e sempre di corsa, con l orologio a scandire i kilometri e a fare da navigatore nei miei mille giri per cercare di fare sempre meglio e crescere in tutto.

Di sentirmi crescere non sono mai stanco, non mi sento mai appagato dai miei successi e dalle cose nuove che scopro di me in me, anzi, più scopro cose di me e più voglio conoscermi e sentirmi crescere e cambiare. Non c’è un senso migliore nella vita se non quello di conoscersi fino alla fine.